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BIBBIA E CULTURA
di Mihael Georgiev - 26/10/09 -
 

BIBBIA E CULTURA

La Bibbia non è solo Testo Sacro

di Mihael Georgiev



Bibbia e cultura” è il titolo dell’interessante libro di Fernando De Angelis. Egli rintraccia l’influenza della Bibbia in tutti i campi dell’attività umana – evoluzione, storia, economia, geografia. Ma è di un’altra cosa che io vorrei parlare. Non di quello che la Bibbia ci ha lasciato, ma di quello che è stata durante il lungo cammino della civiltà occidentale e quello che potrebbe ancora dare. In più, non parlerei di fede ma di cultura. La mia idea non è originale. In Italia esiste Biblia, una Associazione laica di cultura biblica riconosciuta con decreto del Presidente della Repubblica del 25 novembre 1989 (vedi http://www.biblia.org).

Secondo Harold Bloom 70% delle opere d’arte e letterarie del passato fanno riferimento esplicito alla Bibbia. Il fatto che la storia – da non confondere con la cronaca degli eventi – è spesso narrata meglio nelle opere letterarie che nei testi di storia. Questo da solo basterebbe per ritenere utile – come fa l’Associazione Biblia – che si introduca una qualche forma di insegnamento della Bibbia nella scuola.

Purtroppo insieme all’avanzamento della cultura “laica”, che spesso altro non è che il termine politicamente corretto di ateismo, non solo è scomparso il significato della Bibbia come messaggio di salvezza, ma anche il suo significato storico e letterario. È ammesso da tutti gli addetti ai lavori che, visitando le nostre splendide pinacoteche (che secondo UNESCO contengono 60% del patrimonio artistico dell’umanità), i ragazzi non sono in grado di comprendere il significato e il messaggio trasmesso dalle opere d’arte, ma al massimo e forse in pochi, di giudicarle solo in chiave di prospettive, chiaro-scuri, tecniche originali e scuole di pittura. Peggio che giudicare le moto e le automobili solo per la vernice e gli elementi decorativi della carrozzeria.

Capisco la vanità di ciascun autore contemporaneo – pittore o scrittore che sia – di voler essere a tutti i costi originale, e lo scopo si raggiunge tanto più facilmente quanto meno si conoscono le rispettive opere del passato. Ma se questo soddisfa la vanità degli autori, siamo sicuri che è anche un bene per i pubblico? Io non sono sicuro. Sono però sicuro che la conoscenza della Bibbia – nei suoi soli aspetti storici, letterari e, per così dire normative – avrebbe un impatto positivo sulla società. A prescindere dal fatto che una parte rilevante del codice penale è in realtà emanazione di buona parte dei dieci comandamenti.

Al di fuori della Bibbia non è possibile parlare di civiltà occidentale e di radici giudaico-cristiane. È vero che la Bibbia è stata usata come pretesto non solo per unire, ma soprattutto per dividere. Curiosamente, ad usarla oggi così sono autorevoli esponenti del mondo laico piuttosto che religioso, cercando di dividere, ad esempio, gli appartenenti alle religioni che fanno riferimento al Vecchio Testamento da quelli che si riferiscono anche al Nuovo. Ho scritto anche al Nuovo. Spiegatemi voi il paradosso che a separare il Nuovo dal Vecchio Testamento siano ora alcuni esponenti del mondo laico e culturale piuttosto che quello delle religioni. I credenti hanno almeno la scusa di separarsi perché ciascun gruppo religioso può credere che la “giusta dottrina che porta alla salvezza” è solo quella del proprio gruppo. Ma la cultura laica che non partecipa alla separazione per motivi di fede e dovrebbe essere più libera di percepire il messaggio storico-letterario della Bibbia e riconoscere il valore unificativo del testo che risalta le radici comuni e non le differenze confessionali.. E invece ho l’impressione che certe posizioni laiche altro non sono che la passiva registrazione di un dato di fatto: l’incomprimibile tendenza degli uomini di avversarsi, scontrarsi e uccidersi nel nome di qualsiasi differenza tra le rispettive opinioni. Come i due popoli descritti da Jonathan Swift, che si fan guerra per decenni a motivo dei due diversi modi di rompere le uova: dalla parte acuta o rotonda. Da intellettuali impegnati mi aspetterei qualcosa di più. Ad esempio sottolineare che motivi come quello delle uova siano una cosa pretestuosa e irrilevante da raccontare per ridere insieme e non da mantenere come segno di ineluttabile, necessaria e opportuna separazione.

La cultura, tradizione e identità di un popolo sono un bene da salvaguardare. Le recenti proposte di introdurre l’insegnamento dell’islam nelle scuole pubbliche incoraggiano la se-gregazione, ovvero la dis-gregazione della società italiana, e nella migliore ipotesi rischiano di portare ad un comunitarismo (addirittura promosso e finanziato dallo stato), che è la versione moderna e politicamente corretta di razzismo. Sarebbe meglio, se possibile, insegnare le proprie radici comuni, ed il testo di riferimento, almeno per le religioni abramitiche, c’è ed è proprio la Bibbia. Lasciando alle famiglie e ai maggiorenni la libera scelta delle di associarsi a quel gruppo religioso che secondo loro – dal punto di vista della fede – interpreta meglio il comune Sacro Testo. In questo senso la proposta di insegnare non religione ma storia delle religioni è di per sé condividibile. Ma se non realizzabile, è meglio lasciare le cose come stanno. La Chiesa cattolica alla quale fa richiamo spirituale e culturale la nazione italiana ha il diritto e le carte in regola per gestire l’ora di religione. Parola del rabbino capo Riccardo Segni e di molti come me che, pur non essendo cattolici, vogliono conservare ed esaltare piuttosto che declassare il patrimonio culturale italiano, costringendolo ad un’assurda “par condicio” con gruppi minoritari che spesso rappresentano non la propria cultura d’origine, ma alcune particolarità tribali o settari presenti all’interno di essa.

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Sito a cura dell'A.I.S.O. Associazione Italiana Studi sulle Origini - aggiornato il 31/01/2014 

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