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Il mistero del saggio Imhotep
di Luigi Caratelli - 24/06/05
 

Straordinarie scoperte nell’ambito archiologico confermano la validità e l’originalità dei racconti biblici


Molti studiosi sono convinti che nei racconti biblici non vi sia nulla di originale. Mosè, per esempio, avrebbe preso spunto dai più antichi testi sumero-babilonesi per raccontare l’avvenimento del diluvio. Si fa anche notare che, molto tempo prima della promulgazione del decalogo al Sinai, l’antichissimo Libro dei Morti egiziano conteneva già i comandamenti. Altra scopiazzatura da parte di Mosè? Le cose non stanno così. 

Lo dimostra la scoperta fatta dall’egittologo C. E. Wilbour nel 1889. Presso la piccola isola del Nilo, chiamata Sehel, a nord di Assuan, l’archeologo trovò una stele piena di geroglifici. Era la copia di un documento scritto dal faraone Zoser (III dinastia) nel 18° anno del suo regno. Probabilmente l’iscrizione era stata redatta nel II secolo a.C. dai sacerdoti del dio Khnum, per giustificare la loro richiesta di alcuni privilegi legati al possesso della terra. 

Questa stele getta una luce straordinaria su un doppio mistero che ha sempre incuriosito i ricercatori. 

Primo mistero: nella Bibbia si racconta la storia di Giuseppe, uno dei figli del patriarca Giacobbe, che sarebbe diventato nientemeno che viceré d’Egitto. Nella Sacra Scrittura non si fa menzione del nome del faraone presso il quale ha servito Giuseppe e, cosa ancora più fastidiosa per i credenti, di Giuseppe non si fa alcuna menzione nelle memorie egiziane, come se non fosse mai esistito. 

Secondo mistero: nella storiografia egiziana compare il nome di un uomo portentoso, Imhotep. Della sua esistenza sono state trovate tracce consistenti, ma non la sua tomba. 

Qualcuno ha azzardato un’audace ipotesi: che Giuseppe e Imhotep siano la stessa persona. 

Il doppio mistero 

Prima di tornare alla pietra di Sehel, notiamo un parallelismo interessante tra la storia di Giuseppe e le tracce lasciateci da Imhotep sulla sua esistenza. 

Nel 1926, mentre si scavava ai piedi della piramide di Saqqara, fatta erigere dal re Zoser, si rinvenne il basamento di una statua, in cui erano incisi i nomi dello stesso Zoser e di «Imhotep, Cancelliere del Re del Basso Egitto, Viceré, Amministratore del Grande Palazzo, Signore Ereditario, Alto Sacerdote di Eliopoli… Imhotep, il Costruttore, lo Scultore, il Creatore dei vasi di pietra». 

Stranamente, il periodo storico in cui è vissuto Imhotep, corrisponde allo stesso periodo in cui è vissuto anche Giuseppe. E, seconda coincidenza, le prerogative di Imhotep, elencate sul basamento della statua, appartennero anche al Giuseppe biblico: «“Potremmo noi trovare un uomo pari a questo, in cui sia lo spirito di Dio?”. Così il faraone disse a Giuseppe: “Poiché Dio ti ha fatto conoscere tutto questo, non c’è nessuno che sia intelligente e savio quanto te. Tu avrai autorità su tutta la mia casa e tutto il popolo ubbidirà ai tuoi ordini; per il trono soltanto io sarò più grande di te… ti do potere su tutto il paese d’Egitto”. Poi il faraone si tolse l’anello dal dito e lo mise al dito di Giuseppe» (Gn 41:33-42). 

Giuseppe ricevette ogni autorità in Egitto, nonostante il fatto che egli non fosse di sangue reale, e che fosse addirittura uno straniero. Riguardo a Imhotep non esiste alcuna testimonianza sulla sua presenza nel periodo iniziale del regno di Zoser. Per esempio, Imhotep, benché ricordato come grande costruttore, non fu l’architetto della tomba di Zoser che il faraone deve aver fatto costruire proprio all’inizio del suo regno. Sul posto c’è il sigillo col nome del faraone, il nome di sua madre e i nomi delle persone che avevano delle cariche durante il suo regno, ma Imhotep non è menzionato. Ciò è molto strano. A meno che, come dicevamo, Imhotep non sia salito al rango di viceré solo più avanti nel regno di Zoser, dimostrando che non era di sangue reale, candidato naturalmente all’elevata posizione. La stessa cosa è avvenuta per Giuseppe. 

Il geroglifico 

Torniamo alla roccia di Sehel. Nell’iscrizione si racconta che il re Zoser è rattristato per un sogno che ha fatto: l’Egitto sarà colpito da sette anni di carestia. Il re manda a chiamare il suo fido consigliere, Imhotep, e chiede ragguagli. 

Superfluo notare le somiglianze con il racconto biblico. Nell’iscrizione geroglifica è detto che il faraone «era in angoscia sul grande trono». Nel testo biblico è detto che «la mattina, lo spirito del faraone fu turbato; egli mandò a chiamare tutti i maghi e tutti i savi d’Egitto e raccontò loro i suoi sogni, ma non ci fu nessuno che li potesse interpretare al faraone» (Gn 41:8).

Nell’iscrizione si legge che Zoser chiede a Imhotep di interrogare gli dei per avere una risposta: «Chiesi a lui che era il ciambellano… Imhotep, figlio di Ptah». Imhotep rispose: «Ho bisogno della guida di colui che presiede al di sopra della rete dell’uccellatore». 

In Genesi 41:15,16 si legge che faraone finalmente interpellò Giuseppe a riguardo dei sogni avuti, ma Giuseppe rispose: «Non sono io, ma sarà Dio che darà al faraone una risposta favorevole». 

Nel testo egiziano Imhotep è chiamato «figlio di Ptah», il dio egiziano conosciuto come al di sopra degli altri dei, il creatore di tutto. Giuseppe professò la sua fede in un unico Dio, creatore di tutte le cose. È quindi logico che a Giuseppe possa essere stato dato il titolo di «figlio di Ptah», secondo il costume egiziano. 

L’iscrizione continua riportando la decisione del re Zoser di tassare la popolazione di un decimo. Nel racconto biblico è lo stesso Giuseppe a consigliare il re in tal senso: «Il faraone faccia così: costituisca dei commissari sul paese per prelevare il quinto delle raccolte del paese d’Egitto durante i sette anni d’abbondanza» (Gn 41:34). Ancora, nel testo geroglifico il re esenta i sacerdoti della casa del dio dal pagare la tassa. In Genesi 47:22-24 è detto che Giuseppe «solo le terre dei sacerdoti non acquistò, perché i sacerdoti ricevevano un’assegnazione stabilita per loro dal faraone». 

Imhotep-Giuseppe: grandi costruttori 

Le ricerche archeologiche hanno mostrato che al tempo di Zoser l’Egitto visse un momento di grande splendore, soprattutto per quanto riguarda le costruzioni. Il complesso di Saqqara, ove si trova la piramide di Zoser, è stato giudicato dagli archeologi come una meraviglia unica. Per la prima volta si usò la pietra tagliata al posto dei mattoni di fango. Inoltre, nel complesso funerario sono stati rinvenuti circa 11 grandi pozzi, in fondo ai quali sono stati trovati residui di grano. Il costruttore di questo complesso dovrebbe essere stato senza dubbio Imhotep. Ma la Bibbia dice che anche Giuseppe fece costruire granai per contenere tutto il grano ammassato nei sette anni di abbondanza. Che i pozzi scavati da Imhotep siano ciò che resta dei granai fatti costruire da Giuseppe? 

La tomba di Imhotep 

Abbiamo affermato che il mistero che circonda Imhotep riguarda la sua tomba, o meglio le sue spoglie. A Saqqara, lì dove sono stati trovati i granai di Giuseppe, esiste anche una camera sepolcrale sotterranea con all’interno reperti su cui è stato inciso il sigillo del re Zoser. Quindi la tomba è del periodo del re in questione, il re di Imhotep. Ma la tomba, pur essendo appartenuta a un personaggio di alto rango, come dimostrano i sigilli reali, ha soltanto un sarcofago vuoto. Forse è il caso di ricordare che anche Giuseppe quando morì fu imbalsamato e sepolto in un sarcofago, in Egitto (Gn 50:26). Sappiamo però che Giuseppe fece fare un giuramento ai figli di Israele: avrebbero dovuto portare le sue spoglie fuori dall’Egitto quando sarebbero stati visitati da Dio (Gn 50:22-26). Più tardi, quando Mosè guidò l’esodo, questi mantenne il giuramento e portò le ossa di Giuseppe in Canaan (Es 13:19). 

Giuseppe fu sepolto in Egitto. Gli saranno spettati certamente funerali di stato eccezionali e una grandiosa tomba che però sarebbe ben presto dovuta restare vuota. In essa sarebbe dovuto rimanere soltanto un sarcofago vuoto. Esattamente la situazione trovata nel caso di Imhotep. Le ricerche testimoniano che questo saggio egiziano deve essere stato molto onorato, anche per quanto riguarda le cerimonie funebri; ma nella sua tomba rimane soltanto un sarcofago vuoto. 

Maggiori ricerche hanno dimostrato che proprio in quella tomba vuota di Saqqara era venerato dai greci Imhotep, al quale ci si rivolgeva per avere guarigioni per mezzo dei sogni. Forse ancora un legame con Giuseppe, il grande interprete di sogni.

Naturalmente gli egiziani hanno paganizzato ogni cosa, ma restano sufficienti tracce per vedere in trasparenza, nelle vicende di Imhotep, la vita di Giuseppe. 

La saggezza di Dio 

Christian Jacq c’informa che sono esistiti libri di massime di Imhotep, ma che sono andati totalmente perduti. Esiste però una raccolta attribuita a un certo Ptah.hotep, il cui contenuto assomiglia moltissimo a quello dei proverbi raccolti dal re Salomone. Sappiamo per certo che Imhotep era chiamato dal re Zoser «figlio di Ptah»; quindi il saggio Ptah. hotep, potrebbe veramente essere Imhotep e cioè il Giuseppe della Bibbia. Infatti, Ptah.hotep è morto alla veneranda età di 110 anni, cosa rara per un egiziano. Ma, se gettiamo uno sguardo a Genesi 50:22, siamo informati che anche Giuseppe «…dimorò in Egitto, egli, con la casa di suo padre; e visse 110 anni». 

Quindi un Giuseppe anche saggio e scrittore? Perché no! Fu lo stesso faraone a constatare l’eccezionalità del figlio di Giacobbe allorquando gli disse: «Giacché Iddio ti ha fatto conoscere tutto questo, non v’è alcuno che sia intelligente e saggio al pari di te» (Gn 41:39). 

Infine, se scorriamo i versetti del Salmo 105 notiamo questo passaggio riferito all’esperienza di Giuseppe in Egitto: «Dio mandò dinanzi a loro un uomo, Giuseppe, che fu venduto come schiavo… e la parola dell’Eterno, nella prova, gli rese testimonianza. Il re mandò a farlo sciogliere… lo costituì Signore della sua casa… per incatenare i principi a suo talento, e insegnare ai suoi anziani la sapienza» (vv. 17-22). 

Eccoci giunti all’inizio. Non è stato Mosè ad aver copiato dai testi sumeri o egiziani; ma è stato Dio che da sempre ha sparso la sua saggezza ovunque, anche in terre pagane, grazie ai suoi figli come ha fatto con Giuseppe. 

Se un debito di riconoscenza esiste, questo non va da Mosè in direzione degli egiziani. Casomai al contrario. 

La Bibbia mantiene la sua originalità: sono le altre culture ad avere nei suoi confronti, e nei confronti della grazia di Dio, un enorme debito di riconoscenza. È vero, nel Libro dei Morti egiziano troviamo un’anticipazione dei comandamenti che centinaia di anni più tardi Mosè redasse nei suoi libri; ma questi comandamenti erano stati insegnati agli egiziani, centinaia di anni prima, da Giuseppe, del popolo di Dio, del popolo di Mosè. 

Come dire: tutto fatto in casa, tra colleghi, dallo stesso misericordioso Dio d’Israele e di tutti gli uomini.

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Sito a cura dell'A.I.S.O. Associazione Italiana Studi sulle Origini - aggiornato il 31/01/2014 

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